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UN PRETE DELLA DIOCESI DI FRIBURG0 (Svizzera)
SCRIVE QUESTA LETTERA AGLI AMICI
NEL GIORNO DI PASQUA 2011
Cara amica, caro amico,
alla vigilia di Pasqua, Festa della gioia e della speranza, cuore della fede dei cristiani, centro di ogni proposito di vita nuova, centro di forza per generare il futuro, non posso più restare in silenzio.
Avevo pensato in un primo tempo a una tribuna libera su un grande quotidiano….o a una voce mediatica via internet ( come è avvenuto per la primavera del nord-Africa). Alla fine ho scelto di rivolgermi direttamente ai preti amici con cui ho condiviso molte fatiche e speranze.
Mi rivolgo a voi con rispetto, e fino a un certo punto anche con ammirazione. Ma il tempo del prete che si santifica nel silenzio e nella solitudine è finito. E’ arrivato il tempo del rinnovamento, non per dividere la Chiesa ma per dargli un nuovo spirito e ritrovare la sua vera missione come ai tempi di Francesco di Assisi.
Non sono né un sociologo né un teologo per dare a voi un’analisi puntuale dei tradimenti della Chiesa attuale. Quindi questa mia iniziativa è solo un grido che viene dal cuore. E per fare questo mi appoggio su due punti:
- La danza delle false Speranze
- La dittatura dell’integralismo nella Chiesa.
LA DANZA DELLE FALSE SPERANZE
Con il Concilio Vaticano II ci hanno fatto credere che la Chiesa era pronta a un generale rinnovamento, in modo particolare a rivedere alcune sue vecchie tradizioni troppo legate alla loro storia e a non piccoli tradimenti nei confronti con il Vangelo di Gesù di Nazareth. Ci hanno mentito quando ci hanno fatto credere che il popolo di Dio era più importante della gerarchia, i ministeri solo dei servizi nella Chiesa e il Papa era solo il “servo dei servi”.
Quale mascherata, per usare un eufemismo!
E prendo come esempio Giovanni Paolo II che ha congelato completamente il Concilio Vaticano II e non si sa fino a quando……E si vuole beatificare questo papa per santificare tutto questo immobilismo? Per santificare il suo anticomunismo viscerale o la equivoca collaborazione di alcune gerarchie della Chiesa con alcune dittature. Ma la cosa peggiore che ha fatto questo papa è stata quella di aver imposto il silenzio a molti profeti del XX secolo e a tutti i teologi della teologia della liberazione. Non chiediamo di santificarli ma di metterci all’Ascolto del loro messaggio che è solo la eco di infinite sofferenze dei nostri fratelli e sorelle, affamati, umiliati, torturati.
Il capitolo 25 di Matteo è il cuore del Vangelo.Che tristezza solo a pensare al pontificato di Giovanni Paolo II.. Che tristezza solo a pensare alla elezione di Benedetto XVI. E cosa dire della nomina del nuovo vescovo di Friburgo? E’ uno scandalo! La Chiesa locale non ha potuto dire una parola, come se questa chiesa fosse incapace di intendere e di volere e incapace di ricevere il vento dello Spirito Santo.
Come avviene in tutte le dittature, il popolo viene ignorato; ma ancora peggio come avviene in tutte le sette. Ma la Chiesa cattolica (universale) è un setta? Questo può essere quando tutti i problemi devono passare da Roma. Nella Chiesa di oggi c’è un odore nauseabondo che si chiama Opus Dei.
Tutti lo sanno e nessuno parla…….
LA DITTATURA DELL’INTEGRALISMO
Come mai i domenicani dell’università di Friburgo sono circondati da membri influenti dell’Opus Dei? Semplicemente per riferire a Roma.
Per riassumere il mio pensiero vi lascio una delle mie convinzioni:”La Chiesa tornerà credibile solo quando accetterà le esperienze di tutte quelle persone che ha emarginato o ridotto al silenzio e solo quando si metterà alla pari con tutte le Chiese locali”.
Solo quando vivrà veramente la dinamica del provvisorio e saprà ritrovare le vere basi della sua antica tradizione. Perché la vera tradizione si trova nei fatti e non nelle parole. Nella fraternità e non nei dogmi.
Poco importa il numero dei campanili, dei battezzati, dei preti,dei vescovi, dei papi. Quello che è importante è L’AMORE, LA GIUSTIZIA, LA PACE.
Come mai la Chiesa si trova così lontana dalla sua vera missione? Forse a causa del mio silenzio. Ma anche a causa del vostro.
Io sono scomunicato a vita perché è ovvio che non chiederò mai la riduzione allo stato laicale. Che vocabolario! “ridurre un essere umano”. E che abuso di potere e quale concezione dell’uomo e della sua libertà!
E’ dunque da voi che attendo il Rinnovamento. Affinché gli abusi abbiano a terminare. Affinché finisca questa mascherata e possa fiorire in mezzo all’umanità il fiore dell’Amore Pasquale.
Marco Cesa (autografo)
PS. Se si vuole affrontare la questione del celibato dei preti non interrogate i sacerdoti sospesi a divinis, né coloro che hanno accettato la riduzione allo stato laicale (per cui le cose della vita sono cambiate di poco), ma coloro per i quali tutto è cambiato. Interrogate in modo particolare le donne che hanno subito violenze per abortire. Interrogate i preti sposati abbandonati dalle loro compagne. Ma in modo particolare interrogate i preti rovinati dall’alcool, dai farmaci, dal lavoro non sopportabile, eccessivo, quelli rovinati dal sesso e i suicidi.
La legge del celibato vivrà allora la sua vera rivoluzione, perché Dio, per mezzo di suo figlio, è venuto a incontrare l’uomo non con le parole, ma con i fatti:l’uomo di oggi in questo mondo di oggi.
Essere Persone Vive oggi, in questa festa di Pasqua, significa diventare rivoluzionari per salvare la sua Chiesa e impedire che vada alla rovina dal suo interno.
( Puoi trasmettere questo testo ai tuoi amici, ma non alla stampa.Questo non è uno spettacolo, ma un appello alla VITA).
Mi piacerebbe fare conoscere i miei pensieri, le mie riflessioni a qualcuno, come faccio? Aspetto notizie di qualcuno interessato al mio tema: sacerdoti sposati.
Il celibato
16. La perfetta e perpetua continenza per il regno dei cieli, raccomandata da Cristo Signore nel corso dei secoli
e anche ai nostri giorni gioiosamente abbracciata e lodevolmente osservata da non pochi fedeli, è sempre stata considerata dalla Chiesa come particolarmente confacente alla vita sacerdotale. Essa
è infatti segno e allo stesso tempo stimolo della carità pastorale, nonché fonte speciale di fecondità spirituale nel mondo. Essa non è certamente richiesta dalla natura stessa del sacerdozio,
come risulta evidente se si pensa alla prassi della Chiesa primitiva e alla tradizione delle Chiese orientali, nelle quali, oltre a coloro che assieme a tutti i vescovi scelgono con l'aiuto della
grazia il celibato, vi sono anche degli eccellenti presbiteri coniugati: per questo il nostro sacro Sinodo, nel raccomandare il celibato ecclesiastico, non intende tuttavia mutare quella
disciplina diversa che è legittimamente in vigore nelle Chiese orientali, anzi esorta amorevolmente tutti coloro che hanno ricevuto il presbiterato quando erano nello stato matrimoniale a
perseverare nella santa vocazione, continuando a dedicare pienamente e con generosità la propria vita per il gregge loro affidato.
Preti celibi e preti sposati
di Basilio Petrà
09 luglio 2011
Cittadella editrice
La recensione di Aldo Maria Valli
Avremo in futuro preti sposati? E perché la Chiesa cattolica di rito latino non ammette ancora questa possibilità? Rilanciata dalla questione degli abusi sessuali commessi da uomini consacrati, la questione è tornata d'attualità. Ci è tornata nel modo più sbagliato, perché il fatto di potersi sposare non garantisce di per sé l'eliminazione dei casi di abuso, e tuttavia un certo dibattito si è riaperto, come dimostra anche la recente lettera di centocinquanta teologi tedeschi, austriaci e svizzeri, intitolata Chiesa 2011: un rinnovamento indispensabile, nella quale l'abolizione dell'obbligo del celibato figura tra le principali richieste.
In questa atmosfera, un contributo onesto e documentato viene dal saggio di Basilio Petrà Preti celibi e preti sposati. Due carismi della Chiesa cattolica (Cittadella editrice, 110 pagine, 11,50 euro), nel quale si affronta il valore teologico e spirituale del sacerdozio uxorato, intendendo con questa espressione il sacerdozio di uomini sposati che, in accordo con la moglie e gli eventuali figli, ricevono l'ordinazione.
L'autore, prete della diocesi di Prato e ordinario di teologia morale alla Facoltà teologica dell'Italia centrale, spiega che fino a un centinaio d'anni fa nella Chiesa cattolica di rito latino "era pacificamente accettata l'idea che la legge celibataria fosse una pura legge ecclesiastica". Nulla di dogmatico, quindi, ma piuttosto una questione di convenientia. Sia sul piano pratico (non avere troppe preoccupazioni terrene) sia su quello, diremmo oggi, dell'immagine (il prete celibe come testimone del soprannaturale) il celibato sembrava dare maggiori garanzie rispetto alla possibilità di sposarsi.
Con i rapidi cambiamenti sociali e culturali avvenuti a partire dall'inizio del XX secolo e, poi, con il Concilio Vaticano II, a partire dal quale si è sviluppata una nuova teologia della sessualità, del matrimonio e della famiglia, ci si sarebbe aspettati anche un parallelo percorso di apertura e disponibilità della Chiesa verso l'ipotesi del sacerdozio uxorato. Invece è avvenuto proprio il contrario. Gradualmente si è sviluppata una teologia del celibato sempre più rigorosa e stringente, della quale è espressione soprattutto la Pastores dabo vobis del 1992, l'esortazione apostolica con la quale Giovanni Paolo II, al termine del sinodo dei vescovi di due anni prima, ribadì la connessione tra celibato e sacerdozio sottolineando che, attraverso l'ordinazione sacerdotale, il prete si configura a Cristo in quanto sposo della Chiesa.
Il processo, nota Petrà, ha un che di paradossale, specie se si pensa che, di pari passo, la Chiesa cattolica di rito latino ha riconosciuto la dignità del sacerdozio uxorato cattolico di rito orientale. Di fatto, secondo l'autore, la posizione della Chiesa di Roma è contraddittoria. Proprio nel momento in cui, per la prassi, la connessione tra stato celibatario e ordine sacro viene vista solo come questione di diritto ecclesiastico (altrimenti non si lascerebbe libertà di eccezione alle Chiese cattoliche di rito orientale), ecco che la dottrina rende invece la connessione sempre più interiore, stringente e profonda.
Secondo Petrà, la Chiesa potrebbe e dovrebbe uscire dalla contraddizione tornando al Concilio Vaticano II e alla sua capacità di leggere la realtà umana non in termini di esclusione (aut aut), ma di inclusione (et et). Bisognerebbe evitare i rischi di "radicalizzazione sacramentale del celibato" per "accogliere adeguatamente tutti i doni di Dio senza vederli in opposizione tra loro e senza escluderne alcuno preventivamente".
Su questo piano, un primo passo sarebbe quello di accettare nei fatti il carattere cattolico del sacerdozio uxorato "senza guardarlo come se fosse una sorta di virus dal quale difendersi o come una disciplina tollerata, da mantenere in una sorta di riserva indiana".
Occorre anche liberarsi dalla paura di suscitare confusione o scandalo nei fedeli e dal pensiero che eventuali aperture potrebbero indebolire la scelta del celibato. Semmai, in un regime di libertà, la scelta sarebbe più motivata. "I carismi non vanno esaltati l'uno in opposizione all'altro, ma l'uno in armonia con l'altro. Anche perché ciò che realmente conta non è la consistenza o configurazione oggettiva dei carismi, ma la qualità interiore - umana, morale, spirituale - della persona".
Avremo in futuro, e con pari dignità, un clero uxorato cattolico di rito latino accanto al clero celibatario? La risposta va data sul piano dell'elaborazione teologica. Per una teologia del sacerdozio aperta alle due opzioni i tempi sembrano maturi, ma per dare il via al confronto ci vorrebbero più coraggio e fiducia. La spinta, dice Petrà, verrà forse dal fatto che tanto nelle Chiese cattoliche di rito orientale quanto nelle Chiese ortodosse aumenta il numero di preti uxorati che sono anche teologi e che vivono la loro condizione come un valore, non come un peso o come una concessione alla debolezza dell'uomo.
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